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30 maggio 2002
 
Manuale pratico dell'artigiano edile

Glossario


Malta bastarda: miscela di calce, sabbia e cemento impastata da figli di puttana
Artigiano: lavoratore che si autosfrutta, famoso per la sua irreperibilità e doppiezza (artigianobifronte)
Geometra: diplomato che ti squadra dall'alto in basso
Architetto: ideatore di edifici irrealizzabili
Ingegnere: laureato che progetta ponti campati in aria
Tempi di consegna del lavoro: approssimazione dell'indefinito
Preventivo: cifra convenzionale che moltiplicata per 2 (o multipli di 2) indica l'importo reale dei lavori
Professionalità: capacità di mantenere una faccia di bronzo in ogni situazione
Operaio: variabile dipendente
Cazzuola: l'arnese del muratore (che c'è da ridicchiare?)
Norme antinfortunistiche: regole che tutti gli altri dovrebbero rispettare
Commercialista: l'uomo che sussurrava i cavilli
Segretaria del commercialista: 90-60-90






28 maggio 2002

 
Ci sono molte cose che possono capitare in un cantiere. Una delle più spiacevoli è lasciarci la pelle.
In Italia succede a più di 200 edili all'anno, corrispondenti a circa un sesto del totale di vittime sul lavoro. Non sono pochi e se le statistiche ti riguardano direttamente sembrano ancora di più. Gli incidenti gravi nel settore si contano a migliaia.
Io per ora sono stato fortunato. Al massimo mi sono fatto male: qualche piccola cicatrice, un paio di traumetti da niente, una sbruciacchiata senza conseguenze. Parlo di fortuna perché spesso è il centimetro o l'attimo che fanno la differenza.
Non sono stato neanche testimone di infortuni gravi. La cosa peggiore a cui ho assistito è accaduta parecchi anni fa, mentre lavoravo all'interno di un edificio in ristrutturazione. Uno schianto improvviso mi fece alzare la testa, vidi aprirsi una voragine nel tetto e il Merlo (mai soprannome fu più profetico) piombare giù a braccia aperte come un angelo urlante. Un angelo con i baffi. Il volo si arrestò miracolosamente sopra una tavola dimenticata tra due solai e il Merlo se la cavò con una spalla rotta e un paio di mutande difficili da lavare.
Forse oggi non succederebbe perché le cose stanno cambiando; lentamente e non dappertutto, ma stanno cambiando.
Quando il Merlo volò, pochi conoscevano il significato di "sicurezza". Sui ponteggi si lavorava senza parapetti, senza scalette, una sola tavola sotto i piedi fino a 4-6 metri d'altezza, due tavole più su. Gli ancoraggi erano più che altro "psicologici": un po' di fil di ferro avvolto ai cardini delle persiane, un puntello sporadico. Ponteggi così se ne vedono in giro anche oggi, comunque.
Era ancora dominante la mentalità demenziale da macho: guai a indossare un paio di guanti o d'occhiali di protezione, gli elmetti poi si vedevano soltanto nei telefilm americani. Eppure tutti sapevano quanto ci si può far male cadendo da miseri 2metri2, tutti sapevano che razza di botta ti dà un sassolino che ti centra la zucca dal terzo piano.
Intendiamoci, questo è un mestiere pericoloso e un margine di rischio ci sarà sempre... però i vecchi muratori che si erano fatte le ossa sulle impalcature di legno esageravano alla grande!
Nella mia galleria del terrore ne ricordo uno magromagro che a settant'anni danzava su tetti abominevoli , ogni tanto si voltava e si metteva a ridere. "Hai paura?" mi chiedeva. "Macché!" rispondevo io avvinghiato disperatamente a un comignolo.

E un altro, un quintale d'ignoranza abbondante che lavorava sulla gronda senza ponteggio (quarto piano) mentre io gli "facevo sicurezza" trattenendolo per le bretelle dei pantaloni. "Reggimi, eh!". "Tranquillo, ci penso io! (io lo mollo, se scivola lo mollo, non mi voglio ammazzare per questo cretino, giuro che lo mollo... che dovrei fare? io lo mollo porcamiseria, giuro che lo mollo)".




22 maggio 2002

 
Dimenticavo...
Se potessi fendere la prosa impetuosa del mio Moby Dick troverei analogie tra i balenieri che incrociano fortunosamente le loro rotte nei mari australi e gli edili, girovaghi polverosi che s'accostano a compagni di fatica affini, condividono qualche giorno e poi si salutano. Forse per sempre forse chissà.



21 maggio 2002

 
Due DONNE, dunque...

Due vecchie ragazze scanzonate, due soggetti misteriosi per imbianchini e idraulici che si sono barricati nei piani alti dell'edificio per consultarsi e, credo, compiere riti purificatori.
E io lì, solo, reduce di fresca data da un istruttivo articolo dell' Asphalto, indeciso sul comportamento da tenere ma forte di una frequentazione pluridecennale con femmine cervellodotate.
(Temporeggio)
Dobbiamo lavorare contemporaneamente negli stessi ambienti. Bisogna partire col piede giusto per non intralciarci: rapidi accordi su tempi e priorità.
(Molto asettico)
Le due dimostrano subito pratica del lavoro (trattamento soffitti in legno e cotto), resistenza, passione per quello che fanno.
(Compiaciuto)
Le due esagerano platealmente gli atteggiamenti da cattive ragazze.
(Divertito)
Primi scambi di battute.
(Sobrio)
Tutto liscio.
(Tra parentesi)

Per farla breve, sono stati giorni piacevoli. Qualche discorso serio, diverse risate, collaborazione e, l'ultimo giorno, una stupefacente esecuzione a tre di Citrosodina granulare, con le rime che riaffioravano facili facili dopo tutti questi anni.
Bimba se sapessi che monotonia / tutte quelle balle sulla fantasia / guarda che mestiere che mi tocca fare / io con questa faccia e il mio passato da dimenticare / Bimba non è un caso di nevrastenia / puoi denominarlo spreco di energia / tutta la fatica che ci tocca fare / solo per riuscire a galleggiare in questo pazzo pazzo pazzo mare


Ciao, colleghe.



15 maggio 2002

 
Nel piccolo cantiere la mattinata caracollava consueta. Colpi di martello, ululati di mole, biagioantoniacci sparsi, nomi di Dio invano. Poi l'inconcepibie è accaduto.
Un furgone bianco ha percorso il piazzale sollevando una nuvola di polvere, ha descritto un arco perfetto e s'è arrestato tra schizzi di ghiaia. Le portiere si sono spalancate e LORO sono balzate a terra: sigaretta tra le labbra, sorrisetto ironico, fare deciso.
Nel silenzio attonito che ha seguito l'entrata in scena LORO hanno scaricato dal mezzo tavole e pezzi d'impalcatura, gettandoli a terra con trascuratezza un po' ostentata.
Due DONNE.

Ah! Se potessi trovare conforto tra le pagine sbertucciate del mio Moby Dick!
Confronterei la vita del baleniere che percorre i mari remoti in cameratesca intimità e quella dell'edile, uso all'olezzo d'ascelle virili, al dibattito calcistico iterato e alla curreggia ipercalorica.
(Bisogna che ripeschi il libro sennò non la pianto più con questo tormentone)






14 maggio 2002

 
Post_fazione

Questa storia infinita del reticolo è nata dallo sballottìo delle meningi in treno, di ritorno da una breve visita alla Biblioteca Sala Borsa di Bologna.
Ripensavo alle sensazioni gradevoli che la biblioteca mi aveva trasmesso e provavo a scoprirne le cause. Inutilmente.

Ci sono le donne che fanno il pane e il pane rigonfia sotto le mani; ci sono le donne a cui il pane non gonfia. Quello è un fatto puramente naturale e fisico, perché deriva proprio dal calore delle mani.
Noi architetti abbiamo un pane, abbiamo questo pane da modellare, ma bisogna controllare se abbiamo il calore, il calore nelle mani. E non c'è calore se non si ama profondamente...


da Dove si incontrano gli angeli di Giovanni Michelucci





12 maggio 2002

 
Reticoli romanici

La storia dei reticoli magnetici sta diventando una telematiconovela senza fine. L'ultima puntata che mi viene in mente (per dissociazione di idee) è quella sulle chiese romaniche. Questi edifici sono distribuiti capillarmente sul territorio pisano e, pur diversi tra loro per forma e dimensioni, posseggono elementi comuni paragonabili ai caratteri genetici di una specie animale. Per secoli le popolazioni locali hanno disseminato la piana dell'Arno e le pendici del Monte Pisano di basiliche, chiese e piccole pievi in pietra.
In quest'opera titanica (considerati lo stato della tecnica e la manodopera disponibile) sicuramente la passione religiosa è stata assecondata dalla mancanza di passatempi alternativi: niente tv, niente computer, niente cinema e discoteche, niente centri commerciali, niente ingorghi autostradali in cui trascorrere piacevolmente il week-end. Gli artefici di queste costruzioni, che immagino concentratissimi e un po' esaltati, hanno creato ambienti di grande suggestione: un equilibrio perfetto tra timore reverenziale per la divinità, leggerezza e invito alla meditazione. Questo almeno è ciò che trasmettono a me e in mancanza di contraddittorio postulo tali sensazioni come universali.

Torniamo al maledetto reticolo...
Molte chiese romaniche hanno collocazioni apparentemente illogiche: fuori dai centri abitati, in posizioni impervie, lontane dalle vie di comunicazione. Perché?
Vedo laggiù in fondo un fanatico degli influssi extrasensoriali che alza la mano e gli cedo volentieri la parola: "Indubbiamente i nostri antenati scelsero i siti dove l'energia positiva era più forte. E' sufficiente sostare in quei luoghi per provare benessere e calma interiore. D'altra parte le chiese cristiane spesso furono costruite sopra templi pagani, a conferma della benignità dei luoghi; per esempio durante il restauro della Pieve di S. Giulia a Caprona sono stati rinvenute le fondamenta di un edificio romano e, forse, di uno etrusco sottostante".
C'è uno scettico che si agita, impaziente di controbattere: "Ciò che interessava delle costruzioni più antiche era soprattutto il materiale da riutilizzare in loco: blocchi di pietra squadrata, capitelli ecc. Quanto alla collocazione"bizzarra" delle chiese, non dimentichiamo che il territorio è stato profondamente modificato nel corso dei secoli: quella che oggi appare come una pianura fertile un tempo poteva essere ricoperta da una palude malsana; quello che oggi è uno stradello polveroso poteva costituire nel Medioevo un'importante via di comunicazione.
La sensazione di pace interiore che proviamo in queste chiese è dovuta all'equilibrio delle forme, alla bellezza forte e austera delle costruzioni stesse che, se rimaneggiate in epoca successiva, perdono ogni fascino. La stessa Pieve di S.Giulia ha guadagnato molto dall'eliminazione di un altare barocco che aveva le dimensioni ed il pregio estetico di un TIR con rimorchio".

Non so a chi dare torto. Se avessi a portata di mano il mio Moby Dick potrei azzardare un paragone tra il vascello che fende le acque dell'oceano e l'abbazia di S. Antimo che emerge all'improvviso dalle colline senesi.
Invece posso solo dire con certezza che l'abbazia non potrebbe essere in nessun altro posto.




06 maggio 2002

 
Reticoli (4)

Dovremmo eliminare molti altri animali dalla lista dei soggetti adatti per i nostri scervellati esperimenti sul reticolo magnetico. In particolare non sono attendibili tutte quelle specie "utilitaristiche" che, dotate di un buona capacità d'adattamento ambientale, eleggono a proprio domicilio un qualunque posto che fornisca cibo sufficiente e protezione dai predatori (soprattutto da quelli con la doppietta). Possiamo citare le volpi che si trasferiscono in città, i gabbiani che popolano le discariche dell'entroterra, i ratti onnipresenti, gli storni.
Lo storno negli ultimi anni ha colonizzato molte città. Ben note sono le evoluzioni aeree di questo uccello: sciami composti da centinaia di individui che si muovono in sincronia perfetta strappando ai passanti gridolini d'ammirazione per i fantastici disegni tracciati nell'aria e raffiche d'imprecazioni per il guamo seminato sopra marciapiedi, automobili e cappotti.
Come facciano gli storni in volo ad accordarsi in tempo reale su virate e looping è un mistero. Io posso solo aggiungere un'altra stranezza del loro comportamento, osservata dall'alto di un ponteggio che dominava Pisa e dintorni...

Erano giornate d'inverno fredde e limpidissime. Lo sguardo poteva spaziare dai tetti della città alle Apuane, dal Monte Pisano fino alle pinete che si affacciano sul mare.
Nel tardo pomeriggio apparivano nel cielo diversi gruppi di storni in rientro dai luoghi di pastura: uno stormo ritornava dagli uliveti del Monte, uno dal litorale, uno dalla piana meridionale...
I gruppi si ricongiungevano sopra il centro storico cittadino, davano inizio al solito carosello aereo e appena prima dell'imbrunire si posavano sugli alberi della caserma della Polizia di Stato per passarvi la notte.
Gli storni, intelligentemente, avevano scelto il luogo più sicuro in assoluto dalle fucilate dei cacciatori.
Il particolare strano è il seguente: il rientro dei vari gruppi in città avveniva sempre CONTEMPORANEAMENTE ma, giorno per giorno, IN ORE DIVERSE. Come diavolo facevano ad accordarsi da posti lontani decine di chilometri?

Se avessi a portata di mano la mia copia di Moby Dick potrei azzardare un audace confronto tra l'edile che osserva svagato il mondo dall'alto dell'impalcatura (preso da improvvise intuizioni e sonnolenze prosaiche) e il baleniere che scruta l'oceano appollaiato sulla crocetta in cima all'albero maestro.
Purtroppo la balena bianca giace negli abissi di uno scatolone tra i tanti che devo ancora riaprire dopo l'ultimo trasloco. Sarà per un'altra volta.





02 maggio 2002

 
Reticoli (3)

Potremmo pensare agli animali come soggetti ideali per i nostri esperimenti sui campi magnetici. Il loro comportamento infatti non è influenzato come il nostro da pregiudizi, convenzioni sociali e retaggi culturali. Oltretutto molti animali manifestano chiaramente la percezione di elementi dell'ambiente che sfuggono ai nostri sensi: il piccione viaggiatore ritrova infallibilmente la strada di casa, la rondine percorre migliaia di km e ritorna ogni primavera allo stesso nido, il cane si risveglia all'improvviso perché ha distinto, tra tutti i rumori simili, lo scartocciare del pacco di macine mulinobianco (i suoi biscotti preferiti).
Ci scontriamo però subito con altre difficoltà. Come molti di noi avranno avuto occasione di osservare, gli animali hanno una certa reticenza a comunicarci in forma comprensibile stati d'animo e motivazioni. La nostra interpretazione può quindi essere arbitraria ed indurci in errore.

Il gatto ti frega come pochi altri. Gli occhi che brillano nel buio, l'immobilismo pensoso, gli stupefacenti exploit atletici in barba a tutte le teorie sull'allenamento sportivo: è naturale attribuire al micio sapienza ultraterrena e doti paranormali (non a caso gli antichi Egizi ne fecero una divinità e gli inquisitori una vittima dei roghi).
Senza nulla togliere al simpatico felino, sconsiglio ai bioarchitetti di fare troppo affidamento sui segnali del gatto. Quelli che a noi appaiono come atteggiamenti di profonda meditazione potrebbero essere nient'altro che espressioni di una zucca clamorosamente vuota. In più, il gatto-tipo è attratto irresistibilmente dal vano motore delle auto, casca dal quarto piano, infila la testa in barattoli troppo stretti... in poche parole può comportarsi da perfetto cretino.
Evitiamo quindi di rivoluzionare l'arredamento della casa e la distribuzione degli ambienti soltanto perché Fuffy insiste inspiegabilmente ad accovacciarsi in mezzo alla cucina (dove rischia di essere calpestato e di farci inciampare). Non sta segnalando qualche misterioso nodo magnetico maligno: se appoggiate una mano per terra forse scoprirete che lì sotto passano i tubi dei termosifoni... e Fuffy adooora il calduccio ai piedi!






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